Io penso che tra i compiti dell’opposizione vi sia anche quello di smontare le fanfaronate propagandistiche della maggioranza. Questo è il racconto di un’occasione mancata…
“MONTESILVANO, CITTA’ GIARDINO“, è questo l’intento dell’amministrazione comunale (da Cronaca d’Abruzzo – 17/03/08).
“In vista della stagione balneare … stiamo intensificando i lavori per conseguire l’obiettivo di rendere Montesilvano una città giardino.” (dal sito comunale – 29/04/08, vedi anche Salvo tagici imprevisti).
Non ci sono dubbi. E’ stato detto e ripetuto e va quindi preso così com’è: l’obiettivo dichiarato dell’amministrazione comunale di Montesilvano ed in particolare del vice sindaco con delega al verde pubblico Ernesto De Vincentiis è quello di realizzare una CITTA’ GIARDINO. Attenzione, non una “città che assomigli ad un giardino” ma proprio una CITTA’ GIARDINO, un termine suggestivo che sembra alludere a qualcosa di ben definito, a qualche grande progetto urbanistico.
Per chi (come me) non ha conoscenze in materia, basta però fare un giro su internet per capire che la CITTA’ GIARDINO non è l’originale slogan coniato da un vice sindaco ma un capitolo importante nella storia della cultura urbanistica europea. L’argomento è trattato ampiamente nell’articolo che ho pubblicato alla fine del post (ne consiglio vivamente la lettura) e dal quale è possibile trarre almeno una definizione ed una conclusione.
Definizione:
“la CITTA’ GIARDINO è un modello di città ideale teorizzato in Inghilterra alla metà del XIX secolo dal cosiddetto movimento utopista, la cui idea originaria venne poi successivamente ripresa e sviluppata dal pensatore socialista inglese Ebenezer Howard (1850-1928)”
Conclusione:
la CITTA’ GIARDINO del pensatore socialista inglese Ebenezer Howard non assomiglia neanche un po’ alla CITTA’ GIARDINO che il pensatore forzista del XXI secolo, il geometra Ernesto De Vincentiis da Montesilvano ha teorizzato e così enunciato:
“interventi di manutenzione sulla riviera … falcio dell’erba, taglio dell’erba, della siepe lato mare, potatura delle tamerici e pulizia delle palme … potatura delle magnolie … falcio e taglio delle aiuole a arredo dei fiori … sistemazione delle rotatorie … e degli spartitraffico … pulizia del parco … e delle aiuole” (tratto da Cronaca d’Abruzzo e dal sito comunale – vedi anche qui).
Il vezzo di dire qualunque costroneria tanto nessuno se ne accorge (neanche l’opposizione) è comune a molti politici locali. Ad ogni modo, sono abbondantemente passati i due mesi fissati come termine ultimo dal vice sindaco De Vincentiis e, non solo non è stata realizzata alcuna “CITTA’ GIARDINO” (ma come ci ha pensato?!?) ma, alzi la mano chi crede che “GIARDINO” occupi i primi posti nella lista di parole che affiorano nella mente di chiunque percorra oggi Montesilvano a piedi, in macchina o in bicicletta.
Ebenezer Howard e la città giardino
Durante la seconda metà del XIX secolo vengono pubblicati in Inghilterra numerosi piani di città ideali. Inoltre alcuni industriali si impegnano nella costruzione di città-modello per gli operai delle loro industrie: tra queste Bourneville, fondata dal fabbricante di cioccolato G. Cadbury presso Birmingham, e Port Sunlight fondata da W. G. Lever presso Liverpool nel 1886 per un’industria di sapone.
Queste esperienze e la tradizione utopistica della prima metà del secolo (in particolare Owen) sono le principali fonti di ispirazione del pensiero di Ebenezer Howard (1850-1928). Militante socialista dal 1879, emigra negli Stati Uniti a ventun anni, dove trova lavoro come stenografo a Chicago; una volta tornato in Inghilterra nel 1876 diviene impiegato del Tribunale di Londra. Egli resta particolarmente colpito dall’idea di cooperazione presente nel libro Looking backward: 2000-1887 di E. Bellamy.
Nel 1898 egli illustra le sue teorie in Tomorrow, a paceful path to real reform, ripubblicato nel 1902 col titolo di Garden cities of tomorrow. Il termine “città-giardino” è antecedente alla formulazione del pensiero di Howard: con esso venivano indicati solitamente alcuni quartieri per le classi agiate (come Bedford Park costruito da Norman Shaw presso Londra, o il Vésinet vicino a Parigi) oppure per le classi operaie (le paternalistiche città-giardino operaie), ma queste periferie giardino non hanno nulla in comune con la città-giardino, pensata da Howard proprio in antitesi alle periferie ed ai sobborghi.
Alla base del suo piano c’è l’idea che bisogna salvare la città dal congestionamento e la campagna dall’abbandono: la città-giardino da lui immaginata avrebbe unito i vantaggi della vita urbana ai piaceri della campagna. Howard non ha fiducia nelle grandi città, e pensa che queste debbano essere divise in piccole unità autonome ed autosufficienti. Scrive Lewis Mumford (che fu un entusiasta sostenitore delle teorie di Howard):
Egli comprese che, una volta raggiunto l’optimum, una città non deve più aumentare ulteriormente in superficie e popolazione, ma inserirsi in un contesto più ampio che abbia i vantaggi del gran numero di persone e delle attrezzature su vasta scala.
(da: L. Mumford, La città nella storia, p. 640)
Howard non sottovaluta i vantaggi concessi dal progresso tecnologico: le industrie, ad esclusione di quelle chimiche o comunque inquinanti, trovano posto anche nella città-giardino. In questo modo il suo piano si differenzia dai precedenti (come il quadrilatero di Owen) in quanto, anche nei tentativi di realizzazione, la garden city non si ridurrà ad un semplice villaggio agricolo in cui una maggiore vivibilità è ottenuta grazie all’esclusione delle fabbriche.
Inquinamento e sovraffollamento sono i principali problemi delle città inglesi nella seconda metà dell’Ottocento, e la città-giardino si propone di risolvere entrambi: secondo Howard la principale causa del congestionamento delle città è la speculazione privata che dà vita allo sfruttamento intensivo dei terreni. Inoltre la concentrazione degli interessi fa sì che la città cresca in modo illimitato. Senza la speculazione si potrebbero interporre tra gli edifici vaste aree verdi, sparirebbe l’incentivo alla crescita smisurata delle città e si potrebbero porre dei limiti alle dimensioni dei centri urbani, in modo che la campagna sia sempre raggiungibile dalla città con una semplice passeggiata.
Il piano di Howard prevede la costruzione di città nuove, autogovernate dagli stessi cittadini e non dipendenti da un singolo individuo o da un’industria. Le dimensioni di queste città devono essere limitate: 30.000 abitanti su una superficie di 1.000 acri destinati a nucleo urbano, e 2.000 abitanti nei 5.000 acri di terreno agricolo che circondano la città, formando la “cintura agricola”. Superato questo numero di abitanti si dovranno costruire altre città in modo da formare una rete di garden cities tutte collegate tra loro con mezzi di comunicazione rapida. Città e campagna non devono essere in contrasto ma armonicamente collegate. «All’agglomerazione sostituiva una dispersione pianificata, alla concentrazione monopolistica il decentramento, alla disorganizzazione un’unità di tipo superiore» (L. Mumford, La città nella storia, p. 640)
La fascia agricola è sufficientemente larga da rifornire la città di derrate fresche e prodotti caseari. Howard vuole che gli spostamenti siano ridotti il più possibile, in modo da evitare perdite di tempo nel tragitto dalla città alla campagna, dalla città alle industrie. Per poter realizzare il suo piano egli ritiene che non debba esserci alcuna forma di speculazione sul suolo: gli abitanti avrebbero pagato quindi una quota annuale per l’uso della terra e questo denaro sarebbe stato destinato alla comunità.
Nel libro Howard non traccia disegni o illustrazioni fantasiose di come sarebbero state queste città, così come non si sofferma sui particolari architettonici; si limita all’essenziale, tracciando solo alcuni schemi e diagrammi.
Nel libro sono presenti comunque anche alcuni riferimenti alla forma ideale che potrebbe assumere la garden city: a pianta radiocentrica, nel suo centro uno spazio circolare di circa 2,2 ettari è occupato da un giardino ben irrigato. Dal centro partono sei boulevards, ciascuno di 36 metri di larghezza, che dividono la città in sei quartieri. Intorno al giardino centrale è collocato il quartiere amministrativo con i grandi edifici pubblici: il municipio, i teatri, la biblioteca, i musei e le gallerie d’arte, l’ospedale. Il giardino centrale è circondato da una grande galleria chiamata “Palazzo di vetro”, aperta sul parco; questo palazzo ha la funzione di punto d’incontro per gli abitanti della città-giardino: in esso si svolgono inoltre la maggior parte dei commerci. Le abitazioni sono ripartite secondo cinque anelli, che avvolgono il quartiere residenziale.
Le case sono per lo più costruite lungo cerchi concentrici e si affacciano sulle diverse avenues, o al bordo dei boulevards e delle strade che convergono verso la città.
(da: E. Howard, Garden cities of tomorrow in M. Ragon, Storia dell’architettura e dell’urbanistica moderne, p. 23)
Una ferrovia anulare circonda la città; l’uso dell’elettricità come forza motrice riduce al minimo l’inquinamento. Tutti questi aspetti non sono comunque fondamentali nell’economia della garden city: essa potrà svilupparsi anche in una forma diversa. I caratteri specifici di ogni città saranno determinati dalla regione, dal clima, dalla tecnologia disponibile.
I tentativi di realizzazione: Letchworth e Welwyn
«Come scrittore e sognatore di nuove comunità, Howard è l’ultimo della lunga schiera di utopisti del XIX secolo; come statista e realizzatore, è, più che un profeta, il primo campione dell’urbanistica moderna» (B. Zevi, Storia dell’architettura moderna, p. 70). Howard, con un’intensa propaganda, riesce a diffondere le sue idee presso la popolazione. Nel 1902 viene fondata la Garden City Co.Ltd. per realizzare il suo piano; l’anno seguente comincia la costruzione della prima città-giardino, Letchworth, a circa cinquanta chilometri da Londra. Il piano viene tracciato da Raymond Unwin e Barry Parker, la rete stradale ed i servizi sono costruiti dalla società ed i terreni vengono ceduti in affitto per novantanove anni.
La vita nella città è regolata minuziosamente: non solo è prescritto il rapporto tra case e giardini, ma la Società vieta di aprire negozi in locali di abitazione, obbliga a cambiare zona gli artigiani che volessero diventare piccoli industriali, limita il numero di professionisti in ogni quartiere in modo che ognuno abbia abbastanza clientela, vieta di aprire industrie fumose e puzzolenti.
La città, prevista per 35.000 abitanti si popola molto lentamente: nel 1936 essa ha raggiunto solo 16.000 abitanti. Ciò non significa affatto che quest’esperienza si risolva in un fallimento, in quanto nel 1917 Letchworth viene dichiarata città con un proprio consiglio comunale.
Nel 1919, dopo la guerra mondiale, inizia invece la costruzione della seconda città-giardino, Welwyn situata tra Letchworth e Londra. La progettazione è affidata a Louis de Soissons, ma questa volta viene scelto un terreno più piccolo e viene ulteriormente ridotta la cintura agricola che già in Letchworth era stata dimezzata rispetto ai primi progetti. La città cresce più rapidamente rispetto a quanto non era avvenuto a Letchworth: Welwyn raggiunge 35.000 abitanti (ne erano previsti 50.000) prima della seconda guerra mondiale.
Contrastanti sono le opinioni sulla validità delle iniziatie di Howard. Secondo L. Benevolo il successo di Welwyn si deve principalmente alla vicinanza con Londra, ed alla possibilità di soggiornarvi pur lavorando nella metropoli:
L’autosufficienza prevista da Howard si dimostra non solo irrealizzabile, ma dannosa al successo della città-giardino. [...] Così la città-giardino si dimostra vitale, a differenza delle precedenti utopie, ma si riduce infine ad una città come le altre, soggetta all’attrazione della metropoli, di grandezza non stabile e con un ordinamento fondiario non dissimile da quello normale. Lo stesso può dirsi per gli abitanti. [...] Con l’andar del tempo e con l’aumento della popolazione le due comunità finiscono per somigliare sempre più a quelle dei soliti sobborghi di Londra, tanto che oggi sono formate prevalentemente da operai delle industrie che nel frattempo si sono stanziate nei dintorni.
(da: L. Benevolo, Storia dell’architettura moderna, p. 496)
Diversa invece è l’opinione di S. E. Rasmussen e di B. Zevi:
Per la prima volta nell’era moderna, sono state costruite in luoghi senza insediamenti preesistenti, come era avvenuto nel Medioevo, due nuove città indipendenti e autonome. Queste città-giardino non sono tuttavia una sorta di mostra permanente all’aperto di città-modello, ma reali comunità urbane con industrie grandi e piccole e il giusto grado di vita sociale per gli abitanti.
(da: S. E. Rasmussen, Architetture e città, p. 196)
Letchworth e Welwyn sono fiorenti e sane cittadine agricole e industriali, hanno raggiunto il punto di incontro tra le due opposte teorie “la campagna alla città” e “la città alla campagna” [...].
(da: B. Zevi, Storia dell’architettura moderna, p. 72)
Il movimento delle città-giardino ha larga influenza in Europa: nei primi anni del XX secolo un gran numero di sobborghi delle principali città europee prende la forma di città-giardino. Tra questi Hampstead presso Londra (1907), Floreal e Logis nella periferia di Bruxelles (1921), Monte Sacro a Roma (1920), Radburn presso New York (1928). In questi casi però, scrive L. Benevolo, «il termine di città-giardino si deve intendere con le limitazioni che si sono viste: non città ma quartiere satellite di una città, dotato di un favorevole rapporto tra edifici ed aree verdi» (L. Benevolo, Storia dell’architettura moderna, p. 496).
Indubbiamente queste realizzazioni sono molto lontane dall’idea originaria di Howard; della città-giardino viene considerato solo il “giardino”, ma vengono tralasciati tutti gli altri componenti che conferivano validità al pensiero del suo ideatore. Tra questi in particolare l’autosufficienza che faceva della garden city una città autonoma, un’antiperiferia, e non un sobborgo gravitante intorno ad una congestionata città industriale. I princìpi che sono alla base della città-giardino avranno una grande influenza nel Novecento: con questi venne a contatto Le Corbusier ma, soprattutto, essi furono alla base dell’esperienza delle New Towns inglesi nel secondo dopoguerra, che affonda le sue radici proprio nel pensiero di Howard.
(tratto da http://web.tiscali.it/icaria/urbanistica/howard/howard.htm)
Tra il materiale relativo alle città giardino, da segnalare questo modulo di Fondamenti di Urbanistica pubblicato dalla Facoltà di Architettura dell’Università D’Annunzio di Pescara: http://www.unich.it/fusero/lezioni%20pdf/14-garden_city_howard.pdf

[...] la Città Giardino del vicesindaco De Vincentiis (vedi anche Garden City Manager), questa veramente le supera tutte. La pista ciclabile lungo la riviera è una delle poche cose in [...]